Viaggiare nobilita l’uomo

A me piace viaggiare. Da solo. Mi piace immergermi in una realtà diversa e distante. Provare a tenere le mie abitudini, ma farsi corrompere dalle altre in un misto di sapori e colori. Mi piace scoprire posti nuovi, quelli fuori dalle mappe, quei posti che non trovi nei tour, quei posti più veri, quei posti dove trovi le persone del luogo. Mi piace conoscere, farmi spiegare, raccontare. Anche fregare. Mi piace fidarmi, farmi trascinare, scoprire.

Mi piace mangiare lì, con la gente di lì, piatti di lì.

Guardo le luci. I colori di una casa di Gaudì a Barcelona, la leggerezza della porta di un tempio di Kyoto, i sapori di una bowl al porto di San Francisco, la freddezza di un ponte sulla Senna, i mercanti sull’autostrada all’altezza di Tijuana, un treno all’Estoril.

Mi piace andare in giro senza meta e senza mappa, lasciando al viaggio decidere cosa farmi vedere o assaporare. Costruire un percorso personale, mio, da raccontare, ma impossibile da consigliare.

Una delle cose belle del mio lavoro è che spesso mi permette di andare in giro per il mondo, a volte da solo. Sfrutto sempre queste situazioni per ritagliarmi del tempo solo per me. Non capisco davvero chi dopo 8 ore chiuso in una stanza a un convegno, si rintana in albergo a cenare e dormire. Non capisco perchè se i lavori finiscono di venerdì non ci si attacchi il weekend o sempliemente qualche ora per scoprire ciò che c’è fuori. Ciò che aspetta al di là del vetro ha da insegnare tanto quanto ciò che c’è al di qua.

 

“Il lavoro nobilita l’uomo. Cazzate. Viaggiare nobilita l’uomo”, Torme, Sotto lo stesso effetto.